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Sito Ufficiale del Comune di Rocca Santa Maria Sezione Storia
Santuccio di Froscia Anche nel XVII secolo il fenomeno del brigantaggio era presente nel territorio montano della Laga. Il governo di Filippo II fu un periodo pieno di imposte a cui si univano spaventevoli carestie, molti furono gli oppositori al regime che. forse impropriamente. furono detti "banditi". Lo storico Palma presenta., come uno del maggiori capo-massa, Sante Giovanni Lucidi detto Santuccio di Froscia. pronipote di Marco Sciarra da cui ereditò un castello situato a Boceto che nel 1681 fu distrutto dagli spagnoli. Era nato a Cesa frazione di Rocca Santa Maria, a lui si erano uniti molti uomini della montagna che, unitamente a quelli di Valle Castellana molestavano, uccidevano, distruggevano. Nel 1667 contro di essi, da Chieti, fu spedito Franceso Novarretta che con un bando prometteva perdono e un premici di 50 ducati a chiunque avesse consegnato vivo o morto un brigante. Con un altro provvedimento si vietava ai banditi di macinare il grano nei mulinì pubblici. Indispettiti, questi ricambiarono con la distruzione di alcuni mulini. Il Preside dell'Abruzzo citra, oltre ad imporre enormi pene a coloro che non avvisavano le autorità della presenza di malviventi nelle campagne. partì da Chieti con forze armate e si stabilì a Montorio costringendo le varie Università a fornire uomini armati, viveri e foraggi. Il Preside Commissario Almeida, in testa a quattro compagnie spagnole, mosse per Valle Castellana allo sterminio dei briganti,ma, non pratico dei luoghi, dovette ripiegare su Teramo e infine a Chieti.Ricorse allora a mezzi persuasivi invitando i banditi a desistere dalle loro imprese e dai loro delitti e a rimanere armati al servizio Reale ben 129 fuorilegge accettarono la proposta su esempio dei loro capi: Medoro, Santuccio, Lucenzi e Bianchini. Intanto all’Almeida successe Giuseppe Zunica che continuò un aspra repressione non cimentandosi con i banditi ma bruciando e demolendo tutti i paesi di montagna: tra cui molte frazioni del comune di Rocca S. Maria (1668). Il Vescovo di Teramo, Monsignor Monti. si dimostrò profondamente offeso per la distruzione di tante frazioni che facevano parte dei feudo della Chiesa 1Aprutina e pertanto scomunicò il Preside Zunica. Questi reagì impedendo di ricostruire i vilaggi sotto pena di 10 anni di galera, anzi, obbligò il governatore di Valle Castellana di ispezionare ogni 15 giorni luoghi d'strutti per arrestare i contravventori e di "ammazzare muratori, falegnami, fornaciai, venditori di ferro e quanti mai contribuissero alla proibita ricostruzione". Zunica permise al Vescovo Monti che "I vaganti naturali di Rocca Santa Maria. entro venti giorni sotto pena di carcerazione, passassero ad abitare nelle altre ville e terre dell'Illustrissimo Monsignor Vescovo di Teramo". Al vescovo Monti successe Monsignor Giuseppe Armeni, la sua prima preoccupazione fu quella di rivendicare i suoi feudi come Conte di Bisegno e Barone di Rocca Santa Maria. Intanto la montagna "per i vantaggi apportati dal sito e per la comunicazione co' banditi della Marca" era diventata quartier generale dei fuorilegge. In questo periodo Santuccio di Froscia e un gran numero di suoi seauaci erano assediati dalla truppe spagnole a Poggio Umbricchio e sebbene avessero avuto il sopravvento, sì presentarono al Preside che. con un dispaccio. offriva la piena amnistia ai banditi che entro quindici giorni si fossero presentati alle autorità e si fossero iscritti per due anni al servizio militare in Sicilia dove avvenivano delle sommosse. Ben presto però il capo brigante e i suoi uomini tornarono al vecchio mestiere e la loro persecuzione continuò più accanita che mai. Infatti, il Preside, impose la taglia di 600 ducati sulla testa di Santuccio. altrettanti su quella di Medoro Narducci, di '200 ducati su Salvatore Biánchinì (il Bombaciaio), Francesco Di Domenico (Cicconetto), Gianbattista (Caforno) Giuseppe Di Donato (sputa di Cesa). Presi dal timore di essere catturati, detti bambini stipularono un patto col Preside di Teramo che li obbli2ava a restare nelle loro case servendo il Governo per due anni. L'anno seguente però - 1676 - il Consigliere della Regal Camera, riferiva che gli amnistiati, venendo meno alla loro promessa, erano nuovamente per la montagna "scorrendo e commettendo eccessi«. Nel 1680 moriva a Cesa, di morte naturale, il caporale Sputa (Giuseppe Di Donato) e, l'anno seguente a Fiume, anche di morte naturale, moriva il caporale Lesiuolo, subordinato a Titta Colranieri. Coi tempo all'interno delle masse dei briganti si crearono due grandi fazioni capeggiate una da Santuccio, l'altra da Titta Colranieri e le avverse bande più volte si scontrarono tra loro procurando incendi e saccheggi. La caccia ai briganti non era mai cessata, anzi il Giudice Sementi da Chieti si stabili a Teramo "con molta soldatesca" per affrontarle Santuccioo. Lo scontro avvenne a Colleatterrato con gravi perdite e vergogna del Giudice. Constatata l'impotenza degli Spagnoli verso i fuorilegge, ìl Preside fissó una taglia di 1.000 ducati sul capomossa Santuccio di cui ordinava anche l'arresto dei parenti e il sequestro dei beni. Neanche questo provvedimento ebbe i risultati sperati e allora fece assediare Riano, Tevere. Castiglione e Cesa dove i briganti si erano ritirati. Di notte questi riuscirono a fuggire e a disperdersi per la montagna senza che i loro avversari se ne fossero accorti e per la via del Ceppo trovarono rifugio nel vicino Stato Pontificio. Nel 1683 Santuccio. dopo essersi riappacificato con Titta Cobranieri, entrò a Montorio con numerosi uomini ed inflisse una nuova sconfitta agli Spagnoli, ma fu l'ultima vittoria perché qualche mese dopo i banditi furono accerchiati a Poggio Umbricchio dove si erano rifugiate le loro mogli con i bambini. Con difficoltà riuscirono ad allontanarsi dal paese dopo una dura resìstenza, mentre le loro donne e i loro figli furono rinchiusi nel carcere di Montorio e continuarono le loro scorrerie in vari paesi di Valle Castellana. Sulla testa di Santuccio e di Titta fu posta allora la taglia di ottomila ducati e furono stabilite grosse pene contro i ricettatori, i coadiutori, i fautori e i partecipanti. A núlla valsero i tentativì di un eventuale accordo con le Regali autorità, le rappresaglie continuavano mentre la mancanza della polvere da sparo e di altre munizioni e dei vìveri stessi ancustiava Santuccio che nuovamente con i suoi uomini si ritìrò nello Stato Pontificio. Qui però ebbe una brutta sorpresa Innocenzo XI aveva proibito severamente di dare aiuto e asilo ai banditi del Regno. Santuccio, dopo aver tentato ancora qualche scorreria, resosi conto dei pericolo che correva, con pochi compagni si imbarcò per Venezia. Guerreggiò con gran valore e meriti contro i Turchi per dieci anni. Morì a circa 60 anni.
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