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Sezione TERRITORIO Chiesa di San Flaviano (Seconda parte) Solo ammettendo una siffatta situazione conflittuale è possibile spiegarsi l’assetto del portale e volgersi con la necessaria spregiudicatezza alla ricerca delle sue fonti, dopo aver registrato la sua estraneità a quella logica di portata regionale al cui interno abbiamo visto prendere forma tanta parte dell’edificio. Conosco solo un’altra chiesa abruzzese, il ricordato San Giovanni in Venere, nella quale la cornice basamentale che la ingabbia, anziché interrompersi all’altezza del portale, sale a formare intorno al suo profilo una monumentale incomiciatura architettonica. Non conosco, invece, nessun portale che nel timpano presenti le medesime caratteristiche costruttive: un concio centrale a martello e conci laterali con le code ripiegate nel dorso e tagliate a dente di sega sul fianco, in modo da consentire l’incastro dei conci contigui. Si tratta di un dettaglio strutturale estremamente raffinato, che registra le sue prime e coerenti manifestazioni nella matura architettura federiciana, proprio nell’impaginazione di portali e finestre: da Castel Maniace in Siracusa alla torre di Enna, da Castel del Monte ai castelli di Lagopesole e di Lucera, e fino a quello di Prato, per ricordame alcuni. , ‘ ‘ ‘ Non è agevole render contò di cosf strette concordanze con le posizioni più aggiornate della cultura architettonica del Mezzogiorno nel Duecento, tanto più che il fenomeno si presenta in Abruzzo con un imbarazzante carattere di “unicum” Per quanto sappiamo del fondamentale contributo dato dai conversi cistercensi del Regno di Sicilia all’architettura federiciana e alla luce dei caratteri borgognoni ripetutamen te rilevati in San Flaviano, si sarebbe indotti a credere che, per vie del tutto indipen denti, qualche monaco-costruttore dell’ordine, con quel bagaglio di nozioni tecniche, si sia spinto su per queste aspre balze — si vorrebbe persino credere per tener dietro ad una intima aspirazione di vita eremitica — lasciando qui, a richiesta della povera comunità di Tavolero, una testimonianza della sua perizia di costruttore. In effetti, i segni della severa architettura cistercense che, in forme abbreviate, abbiamo registrato in altri aspetti della fabbrica, si precisano ulteriormente nel porta- le: anzitutto, nell’assoluta purezza di linee architettoniche della struttura, non turbata da divagazioni ornamentali; nelle mensole orecchiute a sostegno dell’architrave, sagomate con tagli netti e incisivi, come nel portale del duomo di Atri datatn nel 1288; infine, nella nitida profilatura modanata che lega ottimamente stipiti, mensole e architrave. L’unico elemento che in qualche misura sembra deviare la tanta castigatezza di linguaggio, cioè la sobria decorazione plastica delle mensole, e che a prima vista si direbbe nemmeno ricercata, ma solo imposta dalle circostanze in realtà aveva in sé, nella sua semplificata grammatica di forme, le qualità per accordarsi al frasario decorativo cistercense ancora in uso nel Duecento (per esempio, nell’abbazia di Casamari) Se è vero che una simile ipotesi ha tra i suoi lati positivi anche il non disprezzabile vantaggio di esentare lo storico dalla necessità di rintracciare i passaggi intermedi e le concrete circostanze che avrebbero attivato quei contatti con il mondo federiciano, altri fatti abruzzesi sollecitano, però, pur con ogni cautela, a non perdere di vista il filo dei rapporti diretti con le imprese sveve, nelle cui trame l’Abruzzo risulta più coinvolto di quanto solitamente si crede. Dopo la rilevante scoperta critica della fondazione svevo-federiciana del notissi mo affresco con «L’incontro dei vivi e dei morti» di Atri, datato intorno alla metà del Duecento 24, ancora di recente Ferdinando Bologna non ha mancato di riproporre quei legami a riguardo di altri episodi d’arte della nostra regione Per la buona qualità dell’opera e per la sua cronologia (1272) a ridosso di quella ipotizzabile per San Fla viano, di particolare interesse è stato il riconoscimento, da parte dello studioso, delle radici sveve di alcuni mascheroni della «Fontana delle novantanove cannelle» a L’Aquila, che da un’iscrizione sappiamo essere stata fatta da Tancredi da Pentima: uno scultore, identificato finora con certezza per questa sola opera, la cui formazione il Bologna non ha esitato a collocare, con buone ragioni, proprio nel vivo di qualcuno dei cantieri federiciani. Su questa traccia, nel ripercorrere di recente l’intricata rete di rapporti che si venne tessendo nel Mezzogiorno attorno alle cerchie sveve, chi scrive ha creduto per suo conto di poter rivendicare, soprattutto nella fase di avvio delle imprese edilizie imperiali, una insospettata capacità di proposta culturale da parte di regioni, quali l’Abruzzo e il Molise, troppo spesso considerate a margine o del tutto estranee a queste interferenze È anche vero che, al di là degli aspetti tecnici sopra evidenziati, sono gli accenti stilistici e strutturali del portale a indirizzare verso le fabbriche federiciane. Il suo taglio nella cortina muraria e la riduzione alle pure fibre architettoniche degli elemen ti costitutivi sono radicali linguistiche di desunzione cistercense, ma nello stesso tempo peculiari degli edifici svevi, a cominciare proprio da uno dei suoi capolavori, il portale di Castel del Monte: naturalmente con gli adattamenti e le semplificazioni cui di solito è sottoposto un modello aulico allorché viene riproposto per un pubblico contadino. A tener conto di questi legami spingono inoltre le spiccate analogie, nella conformazione generale, con il portale della cappella del castello di Lagopesole cosf come non vanno sottaciuti tutti i punti di contatto con i portali tardoduecenteschi di un gruppo di chiese molisane e abruzzesi ubicate lungo la direttrice viaria costiera (ad Atri, Lanciano, Chieti, Ortona), nei quali gli ultimi risentimenti di cose sveve con- vivono con le prime novità gotico-angioine forse anch’esse rimbalzate dalla Puglia. Che sia esattamente questa la congiuntura culturale al cui interno deve essere posta la genesi di San Flaviano — e con un decisivo ruolo di mediazione svolto dalle maestranze al servizio di Carlo i d’Angiò — credo si possa provare in modo stringente con altri argomenti di natura tecnico-costruttiva e con circostanziati fatti storici. Intanto occorre precisare che la lista degli edifici, nei quali ricorre la medesima disposizione di conci osservata nel nostro portale, non copre solo i tempi e la com mittenza sveva, ma include anche fabbriche di prima età angioina ampiamente ristrut turate dallo stesso Carlo i (per esempio, il castello di Cosenza) oppure ricadenti sotto la responsabilità di architetti di formazione svevo-federiciana ingaggiati dopo il 1266 dal sovrano francese — è il caso del campanile ottagonale del santuario di San Miche le Arcangelo a Monte Sant’Angelo, eretto nel 1274, con il fratello Marando, da quel Giordano di Monte Sant’Angelo, collaboratore del francese Pierre d’Angicourt, «pro- tomagister operum curie», nella costruzione della cinta muraria di Manfredonia L’altro elemento tecnico, importante per meglio circoscrivere i tempi di San Fla viano, è rappresentato dalla coerente applicazione alla nostra chiesa di una modalità costruttiva, che il Gavini aveva ritenuto di rilevare per la prima volta, nella seconda metà del Duecento, in Santa Mdria ad Criptas, per divenire poi «caratteristica delle costruzioni aquilane» si tratta dell’uso di un apparecchio murario che contemplava agli angoli della fabbrica e intorno alle finestre pietre conce di varia lunghezza per legarsi con la muratura ordinaria, nell’Aquilano di solito formata da una cortina a pietrame appena sgrossato. Questa tecnica muraria fu largamente applicata nelle fab briche fatte costruire da Carlo i d’Angiò: valga, per tutti, l’esempio delle torri della cinta muraria del castello di Lucera, cui, si sa, prestava la sua opera con ruolo premi- nente il ricordato Pierre d’Angicourt Si dà il caso, però, che intorno al 1 28 1 , per volontà di Carlo e quasi certamente su progetto del medesimo architetto, un analogo tipo di cortina venisse messo in atto in un castello abruzzese, non lontano da Tavolero, quello di Macchia (cfr. infra); si dà il caso, ancora, che quello di Macchia non rimanesse affatto un intervento isolato, ma rientrasse in un più vasto programma di ristrutturazione di un nutrito gruppo di castelli abruzzesi, non trascurando di ricordare che gli anni sono quelli che vedono maestranze francesi e regnicole impegnate nella costruzione della grandiosa abbazia di Santa Maria della Vittoria nella piana di Scurcola Marsicana dove pure sappia- mo fu realizzata un’analoga opera muraria: ecco allora definirsi concretamente il con- testo dal quale, forse proprio nel corso degli anni ottanta del Duecento, poterono trar re diretto alimento le soluzioni strutturali di San Flaviano. Non è dubbio inoltre, che, per la loro natura composita, l’autore della fabbrica vada preferibilmente ricercato tra gli architetti meridionali di estrazione culturale sveva, riciclati nei cantieri angioini. Per completare l’analisi di San Flaviano è ora di accennare ad un ultimo problema affiorato nell’esame del portale. Mi riferisco al reimpiego nella fabbrica tardoduecen tesca di materiale scolpito piti antico. I palesi segni di riuso nelle due mensole del portale, brutalmente riscalpellate, escludono che il nostro caso possa assimilarsi al ben noto fenomeno di recupero di radicali romaniche in pieno trionfo del gotico, che va sotto il nome di «troisième scuipture romane» La fattura plastica degli ornati e gli spiccati accenti classicheggianti del repertorio trovano una loro sistemazione all’interno di quel filone di scultura abruzzese che vede la sua nascita in San Libera- tore alla Maiella, i cui sviluppi coprono buona parte della prima metà del xii secolo Un’analoga operazione è stata realizzata nelle monofore della facciata. Taglio e particolarità strutturali (davanzale a scivolo; conci a code di varia lunghezza smussa- ti lungo lo spigolo interno) sono caratteristiche delle fabbriche del Duecento avanzato incongrua è invece la forma degli archivolti, realizzati in blocchi monoli tici di tenero calcare, uno recante un’iscrizione, il secondo un ornato vegetale per stile in tutto assimilabile a quelli delle mensole del portale e dei blocchi disposti a formare il montante sinistro della stessa finestra. Simili archivolti, piuttosto comuni nell’architettura abruzzese tra xi e xii secolo, di regola erano accompagnati da fasce scolpite, che costituivano gli stipiti del fornice, organizzate in modo da evitare qual siasi soluzione di continuità D’altra parte riesce mentalmente difficile conciliare un assetto cosf rabberciato con il rigore che denunciano le parti scolpite duecente sche (finestra a sinistra del portale), mentre è possibile trovare una giustificazione nella logica di una condotta condizionata da mere ragioni di economia La maggiore antichita di queste parti e esplicitamente dichiarata anche da un altro particolare I due archivolti sono stati ad evidenza smussati, con il risultato che in quello a sinistra è andata perduta qualche lettera di un’iscrizione, che ci ha tramanda- to anche il nome di un «magyster Mactheus», non sappiamo se autore, o, più sempli cemente, committente dell’intervento cui si riferiva il titolo epigrafico 7. Un ultimo dettaglio dell’iscrizione merita di essere posto in evidenza: le lettere, anziché essere incise, sono ottenute a rilievo, come, a quel che mi consta, in un solo altro esempio abruzzese relativo a una trave già pertinente ad un ambone in Santa Maria delle Gra zie a Civitaquana (Pescara) 38• A riguardo di questi materiali di riuso, non si hanno elementi per stabilire se essi provengano da qualche edificio dismesso nelle vicinànze o se documentino una fase più antica di San Flaviano. La più probabile sembra proprio la seconda ipotesi, tenuto conto che l’abitato è attestato già nel 1076 e che quindi, a quell’epoca, doveva certa- mente esservi impiantato un luogo di culto 9. Non v’è dubbio, però, che il dato di maggior significato — e al tempo stesso una pronta verifica della ipotesi di fondo cui si accennava in apertura — consista nell’aver riconosciuto quanto anche questi materiali siano sintonizzati con le trame culturali che investono i “centri” della regione.
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