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Sito Ufficiale del Comune di Rocca Santa Maria Sezione Storia DONATO DE DONATIS Prefazione La vita in campagna era fatta di povertà, sudore e fatica. A peggiorare le cose ci si metteva il dittatore di turno, pretendeva dalle persone del posto il pagamento per l’uso dei terreni che, non si sa bene per quale motivo gli sarebbero appartenuti. Gesti del generi si basavano spesso anche su documenti falsi o su ipotetici incarichi ricevuti dal vescovo e generavano un malcontento tra le popolazioni che inevitabilmente sfociava in sollevazioni popolari.
Don Donato De Donatis nacque a Fioli. frazione di Rocca Santa N4aria. nel 1761 da Gregorio e Annanionia Blianzola di Acquaratola. Da piccolo spesso dimorava presso io zio materno Don Giovanni Antonio Bilanzola che io introdusse alla vita sacerdotale. Incoraggiato anche dalla madre. Tuttavia, non sempre il giovane aspirante esternava comportamenti adeguati a chi aspira al sacerdozio. Nel 1794 fu ordinato sacerdote ed ebbe l'incarico di parroco di Pezzelle, mentre a Fioli, suo paese natio, era parroco D. Carlo Emidio Cocchi. Teramo, dopo la campagna napoleonica in Italia, cadeva sotto il dominio francese tra alterne vicende di masse cittadine e montanare che si sollevarono reagendo al nuovo governo. Durante la ribellione, questi ultimi fecero un gran bottino di denaro, oro, gioielli e argenteria. Tra tutti si distinsero D.Donato De Donatis, Don Carlo Emidio Cocchi e D. Donato Naticchìa di Frondarola, essi rubavano e assassinavano dimenticando il loro ministero sacerdotale. Quando i francesi si ritirarono a Campli, anche i ribelli, gli "insorgenti", laspiarono la città e fecero ritorno a Villa Tofo e a Torricella, loro quartiere generale. Ben presto però i francesi, comandati dal capo-battaglione Charlot, rientrarono a TerRino decisi a sferrare un duro attacco ai loro avversari. Dalla zona della Madonna della Cona dove Charlot era appostato, piombò sulla città con la sua truppa, mentre le campane delle varie chiese suonavano a martello avvisando la popolazione dell'imminente pericolo. Teramo sarebbe incorsa in gravi saccheggi se il Medico Mazza Medoro non si fosse posto come intermediarlo, fra gli avversari e fu così che Charlot ordinò ai suoi soldati di non cagionare alcun male alla cittadinanza, tuttavia furono rotte tutte le campane delle chiese, ad eccezione di quelle più grandi del Duomo, che calate sulle soglie dei loro finestroni ebbero rotti i solo grappì,'. Dopo questi avvenimenti il generale di brigata Planta sostituì Charlot e decise subito di prendere la via della montagna per dar la caccia ai bandití. Scoraggiato dall'impraticabilita dei luoghi e dall'Intenso freddo dell'inverno. nonché dalle molestie degli insorgenti. il Pianta attuò allora un piano per accerchiare il quartiere generale deali insorgenti : divise le sue- truppe in due colonne. una doveva risalire il Tordino. l'altra il Vezzola per riunirsi sopra Villa Tofo e assalire il nemico. Le sentinelle appostate sulle alture. si accorsero in tempo del tranello e, dato l'allarme, riuscirono quasi tutti a fuggire. Il Pianta fu così costretto a rientrare a Teramo con _17 prigionieri. di cui 17 furono fucilati e gli altri vennero rimessi in libertà dopo essere stati obbligati a passare sui cadaveri degli altri e a rivelare i nomi dei loro capi. Oltre a fare il nome di D. Donato, i malcapitati riferirono anche che il "generale dei Colli" era un uomo invincibile possedendo un "contrarme". In realtà egli nascondeva nel suo giubbotto pallottole di fucile che, al termine di ogni combattimento, mostrava ai suoi seguaci asserendo che quelle erano pallottole di fucili francesi che per merito'del "contrarme " non causavano ferite sul suo corpo. Don Donato si rivelò presto "uomo di poche lettere ma di molto ingegno e grande coraggio che amava mostrare anche col cavalcare cavalli bizzarri ed indomiti... nato a fare tutt'altro che il prete... senza segno di sacerdotizio in dosso, con la scimitarra al fianco, colla bestemmia in bocca, corteggìatore di vili sgualdrinelle e, peggio ancora, di incauti giovinetti..." Contro di -lui il generale Pianta continuò con ogni accanìmento la caccia e pose sulla sua testa la taglia di 600 ducati. Nel frattempo D. Donato riorganizzava la sua truppa per attaccare ancora i francesi e il Planta, dopo aver subito ancora una ritirata,, più che mai adirato ed umiliato, obbligò il Vescovo di Teramo a scomunicare il "generale dei Colli" e il suo aiutante D. Carlo Emidio Cocchi. Il 10 febbraio 1799 fu emessa la scomunica. Fu proprio in questo periodo che i camplesi, ai quali erano state richieste forti somme di denaro dal comandante della fortezza di Civitella, si rivolsero a D. Donato per aiuti. Egli intervenne prontamente, ripristinando il governo monarchico nella cittadina ed obbligando i francesi ad abbandonare Civitella. Dopo questo avvenimento ì francesi lasciarono 1 'Abruzzo per concentrare le loro forze in Lombardia dove si combatteva contro l'Austria.
I Primi a giungere a Teramo ormai libera furono i fratelli Fontana di Penne questi presero facilmente il governo della citta. non pensando di dover fare i conti con D.Donato che aspirava anch'eglli al gioverno. Lo scontro fu quindi inevitabile. Mentre il Generale dei Colli avanzava per lo stradone di S. Giorgio, su cui era puntato un cannone presidiato dal Fontana con la miccia in mano pronto a dar fuoco accortosi del pericolo, trovò rifugio in un'abitazione il cui portone d'ingresso era aperto. Il Fontana che non lo perdeva d'occhio si recò nel luogo deciso a dargli la morte. Il propri etario fece da intermediario fra i due e Don Donato fu costretto a lasciare la città umiliato per lo smacco subito. Civitella nel frattempo veniva abbandonata dal presidio francese e con gran sollievo fu cantato il Te Deum e fu issata la bandiera Reaale. Per rinforzare la guarnigione legionaria venuta da Napoli, fu chiamato nella cittadina D. Donato.che non si fece pregare anzi vi fissò la sua dimora trascorrendo i primi giorni in pieno accordo con il generale De Cassio da cui presto si dissociò per gelosia di comando riuscendo ben presto a mettere in fuga i seguaci dei suo avversario, e di essi alcuni entrarono a fare parte della sua masnada.,Privo di scrupoli, De Donatis fece uccidere anche molte persone "scannate come maiali. Successivamente si diresse ad Ascolì per aiutare gli uomini del capomassa Sciabolone che da tempo cercava di liberare la città dal francesi. Qui gli "insorgenti" si abbandonarono a saccheggi e violenze e le loro scelleratezze furono note anche al re Ferdinando IV, che trasferitosi a Palermo dopo la proclamazione della Repubblica Partenopea, inviò un dispaccio al Generale dei Colli in cui esprimeva il suo disappunto per i massacri e i saccheggi che venivano compiuti. Qualche. mese dopo il De Donatis e Scíabolone erano a Ripatransone per difendere il paese da rappresaglie francesi, dandosi a bagordi e divertimentí. Nel colmo dei fésteggiamenti, l'avversario irruppe nel paese generando un grande scompiglìo. Il generale dei Colli riuscì a mettersi in salvo e, nella fuga, si slogò un piede- a spalla dei suoi riusci a raggiungere Civitella, mentre Sciabolone, rientrato ad Ascoli, cercò di fortificare la cittIà e di resistere al attacco nemico, ma sconfitto. lasciò la citta al Governo francese. D. Donato partecipò poi all'assedio di Ancona e capo di una compaígnia di irregolari.Qui fu ricevuto con grandi onori e fu proclamato "capo indiscusso di le forze napoletane" dal cardinale Ruffo. Più tardi. ìl gebnerale De Lahoz, non raggiungendo un vero accordo col capo supremo e non accettando il suo comportamento, lo fece arrestare dal francesi. Convocato a Roma per giustificare la sua condotta, fu liberato e gli fu ordìnato di tornare a Civitella. Fìnì qui la carriera militare di D. Donato che decise, in seguito, di riprendere l'abito talare.'Rivolse, poi, una supplica a re Ferdinando per ottenere delle gìustìficazioni notificando dettagliatamente tutti i servizi prestati al Sovrano ed allegando anche certificati rilasciati dagli amministratori dei diversi paesi presso cui aveva operato (Civitella, Valle Castellana, Campli ... ) Unì anche un elenco di suoi seguací chiedendo per ciascuno riconoscimentì e comperisi per la loro fedeltà alla corona. Inviò poi al fratello a Napoli per meglio difendere la loro causa presso il Sovrano. Infatti a loro vennero riconosciute rendite vitalizie. Al grande capo furono riconosciuti 1.200 ducati l'anno, e per una sola volta, ducati 31.000 "da prendersi sulla rendita dei beni dei rei di Stato Per mancanza di denari, aveva però ricevuto solo.574 ducati, chiese allora che per la rimanente somma (2426 ducati) glì venissero assegnati alcuni terreni arativi con alberì del soppresso convento dì S. Agostìno in Scapriano, nella contrada S. Martino. In archivio di Stato abbiamo trovato ed esaminato il carteggio relativo a tale richiesta con data 1800. L'anno precedente Napoleone tornato in Francia, dopo la guerra d'Egitto in seguito al colpo di Stato si era proclamato Primo Console ed aveva ripreso la sua offensiva contro gli stati europei. Anche l'Italia tornò sotto il dominio francese. Re Ferdinando di Borbone dovette rifugiarsi in Sicilia e il Regno di Napoli fu affidato a Gioacchino Murat. Col ritorno del nuovo governo, cominciò la persecuzione di tutti coloro che nella precedente invasione avevano contribuito al ristabilimento del governo borbonico favorendo il Re Ferdinando. Fu cosi che anche D. De Donatis incorse nel mirino dei francesi. Egli fu arestato a Teramo nel 1805 e condotto all’Aquila per essere processato e riconosciuto colpevole. Gli fu data come pena il carcere a vita da scontare a Chieti. Mentre era condotto in questa città con altri otto, incatenato e scortato, nei pressi di Popoli fu fucilato.
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