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Sezione TERRITORIO La chiesa di San Flaviano Tavolero
Sfuggita anche alle dettagliate rassegne sull’architettura abruzze se del Gavini e del Moretti 1, documentata per la prima volta nelle Rationes decima- rum del 1324: nell’elenco dei luoghi di culto della diocesi di Teramo, San Flaviano è compreso tra quelli dipendenti dalla pieve di Rocca Santa Maria località registrata nel i 279 e nel i 318 tra i feudi della mensa episcopale . Un secondo riferimento a San Flaviano ricorre in un volume manoscritto dell’archivio vescovile di Teramo redatto al tempo del vescovo Francesco Chieregati (1522-1539)5, ma estratto «ab originali antiquo» dei primi decenni del Trecento volume contenente la nota delle servitù e imposizioni di vario genere dovute al vescovo e al capitolo aprutini dalle chiese suffraganee. San Flaviano è incluso solo nel secondo quaderno, relativo alle «quartedecime» in grano, con una tassa a carico di due tomoli misura modesta ma nella media, mentre non compare nel primo qua- derno, nella lista delle chiese del plebanato di Rocca Santa Maria obbligate a una contribuzione annuale al capitolo aprutino, «in festo Resurrectionis Domini», per complessivi 2 1 soldi e mezzo 8, a meno di non volerla identificare secondo la propo sta del Palma — ma è congettura assai poco fondata — con una cappella «de Cibulci no», tenuta a versare 18 denari Nel loro asettico contenuto contabile le due attestazioni forniscono piti informa- zioni utili su San Flaviano di quante si sarebbe indotti a sospettare: primo, esse per- mettono di fissare un sicuro “ante quem” (1 324) per la sua fondazione; secondo, notificano la sua personalità giuridica di cappella succursale di una pieve i10 assoggettata all’ordinario vescovile, e non di chiesa parrocchiale o di cella monastica; terzo, consentono una valutazione, sia pure approssimativa e su tempi brevi, del suo stato patrimoniale. A proposito di quest’ultimo punto un dato che emerge con tutta evidenza dal confronto con le altre parrocchie e pievi della diocesi di Teramo è l’esiguità, sia in valore assoluto che relativo, della decima versata dal plebano di Rocca Santa Maria nel 1324 (un’oncia e sei tari d’argento per conto delle ventuno cappelle afferenti al plebanato) 11, chiaro sintomo di una condizione economica del distretto non florida. D’altro canto ad un arresto, o per lo meno ad un sensibile rallentamento dello sviluppo i12 sembra ovvio connettere la persistenza, nella organizzazione della cura d’anime, di un arretrato quadro normativo, incardinato sull’ordinamento plebano, altrove, anche nei più piccoli centri, già da tempo soppiantato da un sistema parrocchiale a cura individuale. La possibilità di fare il punto sullo stato finanziario della nostra cappella, ad una data non molto lontana da quella della sua costruzione, permette naturalmente una più aderente valutazione di alcuni accorgimenti edilizi. Malgrado il loro oggettivo interesse, è anche evidente, tuttavia, che queste indica- zioni sono di per sé insufficienti per tratteggiare in modo circostanziato storia e vicende costruttive del monumento o per fornire risposte meno opinabili a intriganti questioni formali, talvolta di notevole spessore, complicate dalla sua collocazione periferica e dall’assenza di parametri di riferimento regionali. Un primo vistoso problema, di non agevole soluzione proprio per carenza di documentazione secondaria, è rappresentato dalla non comune disposizione dei diversi membri della chiesa. In pianta essa consta attualmente di un’aula all’incirca quadrata (oggi di m 16x13,50, ma originariamente di m 16x18), in comunicazione mediante un arcone a tutto sesto, a conci ben connessi, con un secondo ambiente ret- tangolare (m 8, 10x8,30) di più ridotte dimensioni, adibito a presbiterio fino a quando l’edificio, ora fatiscente, è stato regolarmente officiato 13, a giudicare dai resti di un altare barocco in apparecchio addossato alla parete di fondo. L’età relativamente recente dell’altare credo non debba far dubitare né della originaria funzione del pii piccolo vano, né della sua congruità con il resto dell’edificio, dichiarata a tutte lettere dalla cornice basamentale esterna che, ad un’altezza variabile, ingabbia i due ambien- ti, con ogni evidenza progettati e costruiti contestualmente 14• Contro ogni attesa, però, la facciata, anziché sull’asse del coro, è ricavata sul fianco meridionale: una soluzione troppo gratuita per non sospettare di un disegno imposto da condizionamenti esterni o da motivazioni di natura simbolica particolarmente sentite dai committenti. Per quanto è possibile giudicare dalla natura del sito, è mia convinzione che, tra questi fattori, un peso non trascurabile abbiano avuto la situazione orografica e l’orientamento dell’edificio. La chiesa è costruita, in posizione di vedetta, sulla stretta spianata di un dosso, la cui dorsale ha andamento nord-sud: lo scoscendimento, leggero dal lato del coro (est), sul versante opposto risulta molto forte, per giunta aggravato dalla natura insta bile del suolo. Degli inconvenienti di ordine statico presenti sul fianco occidentale sono prova fin troppo esplicita il crollo della parete di tompagno e ancor più la con- seguente decisione di ricostruirla arretrandola verso est per più di un metro 15 A set tentrione vi erano tutte le condizioni per impiantarvi il coro, meno quella del corretto orientamento, cui gli uomini del medioevo attribuivano — com’è noto — un pregnante significato simbolico. Non appare trascurabile, infine, che gli unici accenti decorativi all’esterno della fabbrica, limitati al portale e alle incorniciature delle finestre, aperte due in facciata, la terza sulla parete destra della tribuna, interessano il prospetto rivol to al borgo di Tavolero, costruito qualche centinaio di metri più a valle. È possibile, perciò, che con questo assetto si sia inteso rispettare l’orientamento canonico e, nello stesso tempo, condizionati anche dalla orografia e con l’intenzione di riservare le maggiori cure al prospetto più a vista, adattare la parete meridionale a facciata nella quale aprire il monumentale portale. Nessun particolare problema solleva invece l’impianto iconografico, che non mi sembra immotivato, sulla scorta delle sue referenze, assumere come punto di arrivo, in termini di estrema semplificazione formale, di un modello oggettivamente elemen tare nei suoi princìpi, e tuttavia colto, se, come tutto lascia credere, la responsabilità della sua introduzione in Abruzzo deve essere attribuita alle più abili maestranze edi lizie del tempo, i cistercensi. Il punto di riferimento, stilistico e cronologico, più prossimo è rappresentato, infatti, dalla chiesa di Santa Maria ad Criptas, a Fossa, in piedi certamente nel terzo quarto del Duecento, le cui radici, per il tramite di San Pel legrino a Bominaco (ante 1263) e Santo Spirito d’Ocre (1222-1248), rimontano al primo importante insediamento cistercense d’Abruzzo, la diruta abbaziale di Civitel la Casanova, fondata nel i i 9 1 16 j differenza più significativa con tutti questi edifi ci riguarda in buona sostanza solo il sistema della copertura: a Civitella Casanova, Ocre, Bominaco essa è a volta nella forma a chiglia, rinforzata anche da archi tra- sversi (indeterminata è la soluzione di Fossa) 17, mentre a San Flaviano deve essere stata sempre a incavallature lignee a vista, per quanto la presenza nel coro di peducci ammorsati nel muro faccia supporre, almeno per questo ambiente, una diversa solu zione progettuale, forse mai attuata o forse manomessa nel corso dei secoli. Legami con la tradizione cistercense regionale, In una data, che, per vari indizi formali, dovrebbe venire a cadere nell’ultimo trentennio del Duecento, denunciano anche la forma rettilinea del coro, sovente replicata in Abruzzo in questi decenni 18, e religiose, dell’Italia meridionale dipendenti dall’ architettura cistercense. Negli edifici di culto dell’ordine sottili comici sono invece contemplate di norma all’interno, con la funzione di concatenare in senso ottico la nuda massa muraria. È in ogni caso una circostanza significativa che i non molti paralleli abruzzesi si rintracciano tutti in chiese fondate su radicali borgognoni-cistercensi: nell’abbaziale di San Giovanni in ‘Venere, presso Fossacesia, condotta a termine, anche nella decorazione plastica ester na, entro il 1225-1230; in Santa Maria Maggiore e in San Francesco a Lanciano, la prima iniziata nel 1227, il secondo in costruzione poco dopo la metà del xiii secolo; in. Santa Maria ad Criptas (ma qui la cornice basamentale risulta quasi del tutto obli terata dall’innalzamento del livello stradale); in Santa Maria di Propezzano, ormai nèiprimi anni del Trecento ‘ Alla innegabile modestia della fabbrica e alla estrema semplicità della decorazio ‘ ne fa riscontro, in modo un p0’ sorprendente, l’accurato apparecchio delle cortine a conci ineguali, talvolta appena sgrossati, di pietra locale. La ricerca di regolarità nei tracciati, abilmente realizzata con una preventiva selezione dei materiali, dà concreto . fondamento a una sensazione che era finora rimasta, per cosi dire, tra le righe: cioè, che dovette esistere uno scarto tra le doti tecniche e di disciplina formale possedute dall’anonimo responsabile della fabbrica e le risorse a disposizione, l’insufficienza delle quali lo ha obbligato da un lato ad adattarsi a soluzioni tettoniche di minor costo (copertura a tetto anziché a volta), dall’altro ad economizzare sui materiali e sull’apparato decorativo. |